| Il lungo viaggio di Arthur Gordon Pym |
Mi chiamo Arthur Gordon Pym. Mio padre era un rispettabile commerciante in articoli marittimi a Nantucket, dove sono nato... Era notte quando io e Agustus salpammo, issammo il fiocco e la vela maestra, pigliando il vento in pieno, e ci slanciammo audacemente al largo. Il vento soffiava freddo da sud-ovest. E fredda e chiarissima era la notte. Augustus aveva preso il timone e io mi tenevo vicino all'albero sopra il ponte. Si filava a grande velocità, nè alcuno di noi aveva più detto una parola da quando ci si era staccati dalla gittata. Allora io chiesi al mio compagno quale rotta intendesse tenere... E. A. Poe venerdì, 16 giugno 2006 La Costituzione da salvare
In questa Costituzione c'è dentro tutta la nostra storia, il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie, son tutti sfociati qui in questi articoli. E a sapere intendere dietro a questi articoli, ci si sentono delle voci lontane. Quando io leggo nell'art. 2: "L'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale", quando leggo nell'art.11: “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli…” La patria italiana in mezzo alle altre patrie… Ma questo è Mazzini! O quando io leggo nell'art.8: “Tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge…”. Ma questo è Cavour! E quando leggo all'art. 27: “Non è ammessa la pena di morte...” Ma questo è Beccaria! Grandi voci lontane, grandi nomi lontani. Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa Costituzione! Dietro a ogni articolo di questa Costituzione – oh giovani! – voi dovete vedere giovani come voi, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta… Quindi quando vi ho detto che questa è una carta morta… No! Non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di 100 mila morti. Piero Calamandrei (Firenze, 21 aprile 1889 - Firenze, 27 settembre 1956).
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mercoledì, 14 giugno 2006 Scuola
In questi ultimi tempi ho trascurato il blog, troppi impegni con la scuola, compiti in classe da assegnare e da correggerne a centinaia, interrogazioni a raffica per i salvatagggi in extremis, scrutini, insomma l'ultimo mese di scuola è una tortura per i docenti e per gli alunni, ma è così da sempre e non ci si può fare niente. La cosa peggiore sono gli scrutini, è un rito che non si può affrontare alla leggera, io almeno ci sto male, mille ripensamenti, milioni di scrupoli, migliaia di pentimenti, pochissime convinzioni. Non so se capita solo a me o a tutti gli insegnanti, c'è chi arriva con un sacco di certezze: "questo è da bocciare, a quest'altro almeno tre o quattro debiti, questo è bravissimo va promosso" e così fino alla nausea. Per me ogni voto è una sofferenza, cosa si aspetta il ragazzo da me e cosa mi aspetto io da lui o da lei? Poi ritorno ai loro visi impacciati davanti all'ultimo interrogatorio di terzo grado, le mani sudate, il pianto finale se è andata male e tu che cerchi di dargli una carezza sul viso per consolarlo e rassicurarlo e dirgli che non è successo niente di grave, nulla è irreparabile, gli dai tempo un paio di giorni e lo interroghi di nuovo per cercare di mettergli 'sta sufficienza sulla linea del traguardo, che naturalmente non prende, allora gli chiedi gli appunti: "dai portami i tuoi appunti sulle mie lezioni che li leggiamo e vediamo come li hai fatti, magari ti alzano il voto". Prendi in mano quel quaderno disastrato, pieno di simboli di destra e di sinistra indistintamente, un Che Guevara in mezzo a una croce celtica, a una svastica e una falce e matello con la sua bella stella piazzata nel mezzo, il tutto tra un fiume di cuoricini che si rincorrono da tutte le parti e tu che cerchi di interpretare quei segni per vedere se da qualche parte c'è un barlume di chiarezza di idee. Cominci a leggere con ancora un filo di speranza nel petto e senti le forze venirti meno quando cominci ad accorgerti che quei fogli sono pieni di frasi senza nè capo nè coda. Cazzo ma possibile che io mi affanno per salvare questi e a questi non frega un fico secco, cazzo ma copiali 'sti appunti, faccio finta di non accorgermene, ma almeno dagli una sistemata!!! Niente. E allora dopo l'ennesimo piantarello gli dici che lo porti o la porti con un voto che oscilla tra il quattro e il cinque, poi allo scrutinio si verdrà. Cerchi di rimandare il giudizio di condanna e ti poni la domanda se è giusto o sbagliato, fai del bene salvando il culo a uno che non si è faticato niente o lo rovini per la vita? Poi magari ti ricordi che i genitori sono divorziati, la madre lavora e lui o lei sta solo a casa tutto il giorno e pranza dalla nonna, per fortuna almeno ci sono i nonni, qualche volta. Che cazzo faccio? E così ti arrovelli per tutto il santo giorno con quei visi davanti agli occhi e ti immagini la loro casa, le giornate passate davanti al PC a fare videogiochi o a guardare in televisione il Wrestling e i Simpson. E pensi a che cazzo di vita gli aspetta e che vita ha fatto fin'ora, e ti dici che il debito a scuola non è altro che l'ennesimo carico da dodici che gli affibbi e pensi che in fondo anche senza la Storia dell'Arte si campa lo stesso, resetti e ricominci tutto daccapo. Poi finalmente arriva il giorno degli scrutini e lo accogli come una liberazione, come quando affrontavi un esame all'università e sedendoti davanti al professore ti dicevi che ormai il dado era tratto, meglio stare tranquilli, da qui a una mezz'ora è tutto deciso. E così è. Ma come ci arrivi alla fine di quella mezz'ora!!! Alle prime parole del primo collega che parla cominci a stringere i denti, a quelle del secondo ti incazzi e quando parla il terzo difendi a spada tratta il ragazzo perchè non merita tutto questo, non merita quei giudizi, non merita quelle parole: "Non gli va di fare niente, racconta un sacco di bugie, non apre libro, ha fatto scena muta e se n'è tornato al posto con un sorrisetto, non sa nè leggere nè scrivere" e così di seguito. Ma cazzo se è arrivato alle superiori e c'ha fatto pure qualche anno saprà leggere e scrivere oppure chi è quell'imbecille che l'ha portato fino a qui? Insomma alla fine fai finta di niente e dici che il tuo voto in fondo in fondo è un sei. Così almeno tu gli togli il debito, tanto il carico sulle spalle l'hanno messo altri e basta e avanza. Quando esci dall'aula hai un senso di profonda insoddisfazione, è come se avessi fatto un illecito, qualcosa nella tua morale ti dice che non dovevi farlo, che allora non esiste un premio per chi studia veramente e per chi il suo sei se l'è guadagnato ed è difficle convincersi che hai fatto bene a fare così. Ecco questi sono gli scrutini, sofferenza e malessere per tutto l'ultimo mese di scuola, sono ventun'anni che mi dico che il prossimo anno non sarà più così, che porterai tutti o con quattro secco o con almeno sei secco, ma poi tanto lo sai che il prossimo anno quando sei decisissimo a mettere quel quattro al primo piantarello ritornerà ad essere tra quattro e cinque e ricominci tutto come se fosse la prima volta che questo ti capita.
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09:38 | commenti (7)
martedì, 04 aprile 2006 Per solidarietà col popolo della sinistra dichiaro che ANCHE IO SONO UN COGLIONE!!!
Il popolo italiano è un popolo democratico che ha il diritto di esprimere liberamente il proprio voto senza essere insultato dal Primo Ministro di questo paese. Il Primo Ministro Silvio Berlusconi deve chiedere scusa a tutti gli italiani che votino o meno a sinistra!!! Lui ora dice che scherzava, nel filmato è chiaro che quello che ha detto è quello che pensa e mentre esprimeva il suo giudizio era estremamente serio!!! Ecco il filmato. Qualcuno si vada a vedere anche questo, un altro filmato che non andrà mai in onda nelle televisioni italiane, è uno speciale di una programma americano chiamato Wide Angle, eccolo. Buona visione a tutti, coglioni e non coglioni, ma comunque coglioni.
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20:26 | commenti (21)
domenica, 02 aprile 2006 Il Cenacolo di Leonardo
Leonardo dipinse il cenacolo negli anni dal 1494 al 1498 circa nel convento di Santa Maria delle Grazie a Milano. Il luogo è il refettorio dove i monaci consumavano i loro pasti. E' da tener presente che quando Leonardo dipinse il Cenacolo i tavoli che arredavano la sala erano molto simili a quello del dipinto e che il tavolo del Priore era posizionato esattamente di fronte a questo ma sulla parete opposta della sala, mentre ai lati, tra i due tavoli, quello dipinto e quello reale del Priore, c'erano quelli dei monaci. Il tavolo della Cena leonardesca veniva ad essere così il quarto della mensa all'ora dei pasti. Tutti I tavoli dei monaci erano in posizione rialzata rispetto al pavimento, adagiati su un gradino e sicuramente le suppellettili e la tovaglia raffigurati nell'opera erano della stessa fattura di quelli utilizzati quotidianamente per i pasti. Le figure di Leonardo sono grandi una volta e mezza la dimensione naturale, questo per rendere più realistico l'effetto della presenza eliminando la distanza prospettica tra il dipinto e la situazione reale. Ben presto il dipinto cominciò a mostrare forti segni di degrado, la colpa è da attribuire a diversi fattori, il principale è sicuramente la tecnica adottata dal pittore, che non realizzò un affresco tradizionale, molto stabile nel tempo, ma una sorta di pittura a tempera con base in chiara d'uovo stesa su un doppio strato, uno liscio e duro e un secondo superiore molto sottile in bianco di piombo. Il muro su cui Leonardo realizzò il dipinto è esposto a Nord e la parete è molto umida, la base organica con cui è stata impastata la tempera purtroppo col tempo si sfarina riducendosi in polvere. Il refettorio stesso ha subìto diverse traversie, un allagamento si è verificato ancora quando il dipinto era in fase di realizzazione, a causa di una piena del fiume poco distante e diversi altri si sono susseguiti nel tempo. Per un periodo il refettorio venne trasformato in ricovero per i cavalli che con l'umidità del loro fiato non hanno giovato certamente al mantenimento in buono stato dell'opera. Durante la seconda guerra mondiale il convento venne bombardato ma la parete del dipinto rimase miracolosamente in piedi pur subendo danni notevoli dovuti alle vibrazioni delle esplosioni.
Il refettorio di Santa Maria delle Grazie dopo il bombardamento dell'agosto 1943. E' possibile vedere chiaramente la crocifissione del Monfortano sulla parete corta non crollata. Il Cenacolo di Leonardo gli è esattamente di fronte, non visibile nella foto Come colpo di grazia i monaci aprirono una porta di notevoli dimensioni per unire il refettorio alle cucine compromettendo definitivamente la parte del dipinto che comprendeva i piedi di Cristo e quelli di alcuni apostoli. Oggi ci rimane ben poco del lavoro originale di Leonardo, alcune copie vennero realizzate quasi da subito al fine di mantenere memoria per i posteri del capolavoro e i numerosi restauri molto approssimativi non hanno fatto altro che danneggiare ulteriormente l'opera. Ultimamente, con un restauro lunghissimo e qualificato, si è recuperata almeno la visione generale del dipinto, così come oggi lo possiamo ammirare.
Leonardo compose il cenacolo impostando l'ambientazione con una fuga prospettica centrale, col fuoco posizionato vicino all'occhio destro di Gesù, seguendo così l'andamento del refettorio in cui l'opera è posizionata e conducendo lo sguardo dell'osservatore in direzione del volto di Cristo. Tutti i personaggi sono privi di aureola, compreso Cristo, ma se si nota bene la porta centrale alle sue spalle ha una lunetta superiore semicircolare che, se mentalmente completata in un cerchio, rende la luce che penetra dall'esterno e che incornicia il capo di Cristo, una sorta di aureola di luce naturale.
L'ambiente immaginato è una sala con arazzi a motivi floreali appesi alle pareti e tre aperture sul fondo, due finestre laterali e una porta centrale, che danno su un paesaggio, poste alle spalle dei commensali. L'effetto dell'illuminazione che viene a crearsi in questo modo è un "controluce" che rende scura la parete di fondo mettendo così in risalto i personaggi del dipinto. La seconda fonte luminosa immaginata è come se provenisse dalle finestre laterali del refettorio, che Leonardo fece riaprire dopo che i frati le avevano fatte murare.
Leonardo dipinse il cenacolo descrivendo, contrariamente a quanto avevano fatto molti suoi predecessori, non il momento della comunione ma quello in cui Cristo annuncia "In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà" (Matteo 13,21) Il Cristo è posto al centro della scena, ha lo sguardo diretto verso il basso, le braccia allargate e le mani posate sul tavolo, la sua figura è come se si estraniasse dal contesto in una sorta di assenza dalla realtà, un limbo atemporale che si richiude su se stesso. In Cristo, con l'annuncio, avviene un'implosione e l'essenza terrena viene sostituita da quella divina, il corpo assume la forma geometrica del triangolo che simboleggiare la Trinità. La mano sinistra ha il palmo rivolto in alto verso il cielo in segno di resa all'ineluttabile destino mentre la destra, in un ultimo spasmo, si contrae, come se non volesse abbandonare il residuo di umanità che lo trattiene assieme ai discepoli. Nei discepoli la reazione all'annuncio è di tutt'altra natura, molto più umana e terrena. La descrizione dell'evento si basa sulla concezione leonardesca che "Il bono pittore à da dipingere due cose principali, cioè l'homo e il concetto della mente sua; il primo è facile, il secondo difficile, perchè s'ha a figurare con gesti i movimenti delle membra", data questa premessa risulta facile immaginare la ragione dell'uso della tempera per la realizzazione di una tale opera al posto della tradizionale pittura "a fresco". L'affresco una volta dipinto non poteva più essere corretto ed inoltre doveva essere dipinto per parti "a giornata", stendendo intonaco fresco solo per la zona che si intendeva dipingere entro poche ore. Leonardo aveva bisogno di ritoccare in continuazione le espressioni, i tratti del volto e riequilibrare ogni parte dipinta in funzione della successiva e del tutto finale. L'equilibrio dei moti dell'animo doveva essere rielaborato in una operazione di andata e ritorno fino a trovare l'armonia completa nell'intera opera. I moventi determinati dagli stati degli animi, lo sdegno, la sorpresa, la discolpa, l'interrogazione, l'accettazione, determinano i movimenti (moti) e questi avvengono ognuno in funzione della risposta dell'altro. Nell'opera ogni personaggio vive di relazioni e non può essere visto isolato dal suo gruppo. Il Bandello fa questa descrizione di Leonardo intento a realizzare il Cenacolo: "Aveva molto caro che ciascuno, veggendo le sue pitture, liberamente dicesse sovra quelle il suo parere. Soleva avere spesso, ed io più volte l'ho veduto e considerato, andar la mattina a buon ora e montar sul ponte, perchè il Cenacolo è alquanto da terra alto; soleva, dico, dal nascente sole fino all'imbrunita sera, non levarsi mai il pennello di mano, ma, scordandosi il mangiare e il bere, di continuo dipingere. Se ne sarebbe poi stato due, tre o quattro dì, che non v'avrebbe messa mano, e tuttavia dimorava talora una o due ore al giorno, e sola mente contemplava, considerava, ed, esaminando tra se, le sue figure giudicava". L'estrema attenzione dedicata da Leonardo a quest'opera dà la possibilità di trovare una gamma infinità di corrispondenze geometriche e di significati celati dietro le geometrie compositive e le figure dei personaggi (i personaggi sono riuniti in 4 gruppi di 3, 3x4=12 come i mesi dell'anno, 4 come 4 sono gli elementi terra, aria, acqua, fuoco, i cassettoni sul soffitto sono 36=12x3, le aperture sul fondo sono 3, la tavola è divisa in 3 parti, centro, destra e sinistra e l'apertura centrale è una porta e le aperture laterali sono finestre, a sottolineare la gerarchia dei gruppi, 3 come numero perfetto, Cristo stesso assume la forma geometrica di triangolo equilatero, gli arazzi alle spalle sono 4 per lato, il valore pitagorico del numero 4 ecc. ecc. o come nel Codice da Vinci Dan Brown vede la Maddalena nella figura di Giovanni riducendo a undici i dodici apostoli e addirittura riconoscendo come simbologia dell'organo sessuale maschile la figura di Cristo e di quello femminile lo spazio tra Cristo e Giovanni, o riconoscendo la lettera emme raggruppando Cristo ai tre personaggi alla sua destra. In definitiva su questo capolavoro di assurdità ne sono state dette moltissime ed è possibile dirne altrettante, inspiegabilmente questo è il destino di molte opere leonardesche) ma proprio perchè si può dire di tutto è meglio non dire niente e soffermarci invece sulla lettura dell'opera come espressione artistica di un evento raccontato con la pittura. Abbiamo detto che la reazione degli apostoli all'annuncio del tradimento è molto umana e terrena:
Bartolomeo (1) scatta in piedi all'istante, col peso sorretto dalle mani che poggiano sul tavolo e lo sguardo rivolto verso Giovanni (6), come a chiedere conferma delle parole appena ascoltate o ad ascoltare ciò che Giovanni dirà. Tutti i movimenti dei personaggi da questa parte, alla destra di Cristo, dipendono proprio da Giovanni perchè è a lui che le azioni sono concatenate. Giacomo Minore (2) posa la mano sinistra sulla spalla di Pietro (4) che a sua volta posa la propria mano sinistra sulla spalla di Giovanni (6), ma mentre Giacomo Minore (2) allunga la mano per attirare l'attenzione di Pietro (4) e chiedere spiegazioni, il movimento di Pietro è più repentino, quasi violento, è chiaro che ritiene assurdo quanto stia accadendo e sporge il corpo in direzione di Giovanni parlandogli concitatamente, è come se trascinasse col suo gesto Giovanni verso di sé. E' da notare che nella destra Pietro tiene un coltello col manico rivolto verso la schiena di Giuda (5) in uno scatto di violenza e vendetta che però, proprio per la posizione del coltello, che ha il manico e non la lama rivolto verso la schiena di Giuda, nega l'atto nel momento stesso in cui lo compie. Giacomo Minore (2), abbiamo detto, ha la mano sinistra posata sulla spalla di Pietro e la destra posata sulla spalla di Andrea (3) come per sostenersi mentre si tende verso Pietro per richiamare la sua attenzione. Andrea (3) solleva entrambe le mani in segno di discolpa, o come dice J. W. Goethe nella sua opera Il cenacolo di Leonardo: "...Sollevando a metà le braccia mostra il palmo delle mani in una chiara manifestazione di spavento..." e protende il corpo in avanti per guardare meglio la scena che si svolge tra Pietro e Giovanni ed ascoltare ciò che loro si dicono.
Leonardo, schizzo per Andrea Da questa concatenazione che vede le mani assumere la funzione di "leganti" del gruppo viene escluso Giuda (5)
Leonardo, disegno per la figura di Giuda che nella sinistra tiene ancora la borsa coi denari e la destra è aperta nell'atto di prendere il piatto che ha davanti a sé come oggetto da usare per difendersi o da lanciare per coprirsi la fuga. La mano di Giuda si contrappone a quella di Cristo, ambedue sul tavolo e ambedue contratte si fronteggiano: "Del resto, ecco, la mano di colui che mi tradisce è con me sulla tavola. Perchè il figlio dell'uomo, certo, se ne va, come è stabilito; ma guai a quell'uomo per mezzo del quale egli è tradito".(Luca 22,21)
Giuda interdetto spinge indietro il corpo e guarda Cristo con stupore, sembra quasi che pensi "Ma come fai a sapere questo?" Il corpo di Giuda scarica il peso sul suo braccio destro, che invade quasi totalmente il tavolo nel senso della profondità, è quasi un "uscire fuori" dall'allineamento degli altri. Giovanni (6) ha le mani strette tra loro, incatenate e le sue mani vengono a trovarsi tra quella di Gesù e quella di Giuda.
Leonardo, schizzo per le mani di Giovanni La posizione di Giovanni, come abbiamo detto, è trascinata da Pietro che lo fa inclinare verso destra, pur mantenendo lo sguardo rivolto in basso sembra prestare attenzione alle domande che Pietro gli rivolge, ma lo sguardo è fisso ad indicare l'estrema concentrazione nel valutare le conseguenze del tremendo annuncio appena ascoltato, al tempo stesso l'espressione del volto indica rassegnazione all'ineluttabile concatenazione di eventi che l'annuncio innesca. E' come se egli già sapesse. Leonardo ha fatto diverse ipotesi sulla posizione che doveva far assumere a Giovanni, nel disegno vediamo che Giovanni è disperatamente riverso sul tavolo.
Schizzo per il Cenacolo (Accademia, Venezia), forse copia di un discepolo di Leonardo da un disegno del maestro. Giovanni appare, al fianco di Gesù, riverso sul tavolo.
E' da notare che il pane sul tavolo ancora non è spezzato e che tutti i bicchieri sono colmi di vino alla medesima altezza, ciò a significare che, come riportato dai Vangeli, in questo momento il rito della comunione non è ancora stato celebrato. Dopo l'annuncio di Cristo: "In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà" (Matteo 26,21), il Vangelo di Matteo prosegue (26,22): ""ed essi, profondamente rattristati, cominciarono a dirgli uno dopo l'altro "Sono forse io Signore?"". Questa è l'azione che Leonardo attribuisce a Filippo (9), che con le mani indica se stesso e inclina il capo verso destra in segno di contrizione, quasi ad esprimere col corpo, contemporaneamente alla domanda "Sono forse io Signore?" anche "Ma come potrei essere stato io, proprio io che ti amo più di me stesso?", mentre il suo sguardo indugia sul gruppo di mani che comprende la sinistra di Cristo, la sinistra di Giuda e quelle strette tra loro di Giovanni (vedi particolare quattro figure più in alto).
Leonardo, schizzo per Filippo Davanti a Filippo è Giacomo Maggiore (8), che come Giovanni, suo fratello, siede anch'egli accanto a Gesù, dall'altro lato della tavola e allarga le braccia ad esprimere stupore e quasi raccapriccio: "Ma non è possibile! Cosa dici!", e lo sguardo è diretto sul medesimo gruppo di mani verso cui è diretto lo sguardo di Filippo.
Leonardo, schizzo per Giacomo Maggiore Dietro a Giacomo Maggiore è Tommaso (7), che sporgendosi in avanti si ritrova col volto ad essere quello più vicino a Gesù ed indica con la mano il cielo, ed il dito che indica in alto è forse il medesimo che inserirà nel costato di Cristo dopo la resurrezione per costatarne la ferita e credere: "Porgi qua il dito e vedi le mie mani; porgi la mano e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma credente" (Giovanni 20,26). L'interrogativo che scaturisce dalla sua azione sembra essere "Ma è Lui, il Signore, che ha voluto e permesso tutto questo?". I due gruppi alla destra si volgono reciprocamente le spalle. L'ultimo gruppo, all'estremità del tavolo, comprende Matteo (10), Giuda Taddeo (11) e Simone Zelota (12), che è il più anziano di tutti ed è abbigliato con un ampio panneggio, anche lui, come Bartolomeo all'altro capo della tavola, lo vediamo a figura intera. A proposito di Simone Zelota, Goethe dice: "...Viso e movimento indicano che è colpito e pensieroso, non sgomento, appena commosso." In realtà appare perplesso e si rivolge a Giuda Taddeo (11) come se chiedesse conferma di quanto ha udito. Il suo aspetto è dignitoso ma gli appartiene la dignità dell'anziano, di colui che è passato attraverso tante, troppe traversie e conosce troppo bene gli uomini per stupirsi più di tanto all'annuncio fatto da Cristo, non appare quindi stupito ma profondamente affranto nell'animo come se ricevesse conferma, ma solo la conferma di quanto l'uomo sia crudele. Ricordiamo che, come scrive Mons. Gian Franco Ravasi: "In greco “zelota” è titolo col quale venivano designati i combattenti della resistenza antiromana. Questo gruppo di combattenti erano detti appunto "zelanti" nel difendere religione, leggi, tradizioni, libertà di Israele, riconoscendo unico Re il Signore". Un combattente quindi, che abbandona la spada per seguire Gesù. Giuda Taddeo (11), come ci ricorda Roberto Di Carlo: "...era fratello di Giacomo, Apostolo anche lui, figlio di Alfeo e di Maria di Cleofe, sorella della Vergine Maria e quindi cugino di Gesù. Fu soprannominato Taddeo "Thad" che significa dolce, misericordioso, amabile, generoso", il suo gesto è spontaneo, quello che si trova in uomini semplici che rafforzano coi movimenti delle mani quanto stanno affermando, batte il dorso della mano sinistra sul tavolo a rafforzare il pensiero che sta esprimendo mentre alza e scuote la destra. Taddeo parla concitatamente con Simone come se dicesse, scrive Goethe: "Io l'avevo detto! Non l'avevo sempre sospettato?". Matteo (10) volge il viso a sinistra verso i due compagni mentre tende di scatto le braccia in direzione del Maestro, collegando così tra loro i due gruppi di destra, altrimenti eccessivamente separati. Matteo sembra dire ai due compagni di prestare ascolto a quanto sta avvenendo nel resto della tavola o ai due increduli: "Eppure avete sentito quanto Gesù ha appena affermato!" Il gioco delle mani nella rappresentazione che Leonardo fa dell'evento scaturito dall'annuncio di Cristo durante la cena è straordinario, la gestualità, che come la fisiognomica venne approfondita dal pittore nei suoi studi è, come afferma Goethe: "...Il grande espediente di cui Leonardo si è principalmente servito per animare questo dipinto: è il movimento delle mani, al quale però soltanto un italiano poteva ricorrere. Nella sua nazione il corpo intero è pieno di spirito, tutte le membra partecipano a ogni espressione del sentimento, della passione, persino del pensiero."
Leonardo in quest'opera non racconta semplicemente una storia, in realtà mette in atto una situazione psicologica complessa e la rappresenta, il lavoro non è costruito per parti, è un tutt'uno e come tale va percepito, una serie di relazioni legate tra loro che scatenano azioni e reazioni e Cristo è "il motore immobile" da cui tutto prende vita, in un tumultuoso rincorrersi di moti, gesti e sentimenti espressi. Il movimento che ne scaturisce è simile a quello di una forte ventata che scuote i corpi degli apostoli come spighe di grano in un campo, a ondate si inclinano uno verso l'altro dando vita a concentrazioni e allontanamenti. I sentimenti espressi sono di una gamma straordinaria, quasi a indicare i moti dello spirito dell'intera umanità, in un'opera che per la sua complessità ed il suo equilibrio non ha eguali, andando ben oltre i significati che l'arte può attribuirgli, elevandosi a specchio dei sentimenti umani e per questo patrimonio comune agli uomini di tutti i luoghi e di ogni epoca. Per ammirare bene l'opera si consiglia di visitare questo sito web.
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mercoledì, 29 marzo 2006 Il Caimano
E' più facile emergere con gli insulti che con le buone ragioni (Voltaire) Finalmente ho visto il film di Moretti e l'ho trovato geniale.
All'inizio mi era parso un film che raccontasse le solite cose risapute, scene tratte da filmati veri come gli insulti distribuiti a Bruxelles e quelle ricostruite di Berlusconi tra le veline negli spettacolini che hanno reso inbecilli gli italiani, i miliardi piovuti dal cielo all'inizio della carriera e l'uomo politico dei processi, il tutto condito da una storia sul cinema e sull'amore. Il finale è grandioso e giustifica l'asetticità della cronaca precedente, anzi la prima parte del film diventa la premessa essenziale all'ultima che apre al futuro, alla denuncia lucida di quello che ci aspetta. L'indifferenza con cui il popolo e la politica italiani hanno assistito all'ascesa al potere di un uomo che ha conquistato il consenso in anni di minuzioso lavoro sull'opinione pubblica, una fredda e premeditata conquista del consenso elaborata sin dal 1991 (basta leggere questo articolo sulle finalità di Fininvest) con le sue televisioni e la sua editoria per renderci ora freddamente conto che siamo arrivati al punto di non ritorno. Il finale ci descrive con realismo agghiacciante un'Italia lacerata dal populismo e sull'orlo di una guerra civile, che arriva ad attaccare il potere più autonomo dello stato perchè ha osato condannare l'uomo che con le sue televisioni ha reso feilici, beati e spensierati gli italiani. La sostanza dell'opera di Moretti è stata riassunta ieri sera a Ballarò da Bertinotti (che deve aver visto il film) nel suo attacco a Berlusconi, quando lo ha accusato di spaccare l'Italia in due lacerando il tessuto sociale, riducendo l'Italia ad una nazione i cui valori fondanti non sono più condivisi dal popolo. La solidarietà e i valori costituzionali ora non fanno più parte di un bene comune e condiviso ma sono essi stessi tema di scontro istituzionale e causa principale della profonda spaccatura che divide nettamente in due la nostra nazione. Un film di una forza incredibile che grida quello che in anni di indifferenza i politici veri non sono riusciti nè a risolvere (governo D'Alema il conflitto d'interessi) nè tantomeno i media a gridare a gran voce perchè coinvolti o azzittiti. In questo oblio tutto sembra accettato e inevitabile, la vita normale scorre sempre, come nel film, ma il mondo attorno a noi è cambiato radicalmente e la morale è diventato un orpello inutile e scomodo. La destra italiana ha tra i suoi candidati una moltitudine di persone inquisite e condannate e nessuno dice niente, anzi sembra normale che certe persone vadano a gestire la cosa pubblica, da Storace a Previti a Moffa. Ma perchè in capagna elettorale nessuno grida con sdegno che nelle liste di centro destra ci sono queste persone, ma perchè nessuno del centro sinistra grida a gran voce che in questo paese non esiste più morale quando Berlusconi accusa falsamente Prodi di avere interessi in società private che hanno usufruito del suo condono quando lui si è sistemato tutti i sui processi e i suoi interessi privati e suo fratello ha preso i fondi degli incentivi statali per i ricevitori del digitale terrestre perchè li vendeva lui stesso e che nei canali del digitale terrestre chi ci guadagna miliardi è Mediaset, ma perchè nessuno dice che ha dato i fondi alla scuola privata mentre riduceva la scuola pubblica a un lumicino di se stessa, senza più una lira per fare nulla, ma perchè nessuno grida? Insomma questo film mi sembra la scossa morale che all'Italia serviva, serviva per farci uscire dal sonno dell'oblio in cui il mondo berlusconiano ci ha gettati in tanti anni di martellamento continuo sui nostri cervelli ormai annebbiati, spero solo che i politici italiani abbiano capito il messaggio, forse un po' difficile per loro.
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18:57 | commenti (9)
martedì, 07 marzo 2006 Ciudad Juárez
Domani è l'otto Marzo, la festa della donna, la ricorrenza di una tragedia: nell'inverno del 1908, a New York, le operaie dell'industria tessile Cotton scioperarono chiedendo migliori condizioni di lavoro. Lo sciopero durò alcuni giorni, finché l'8 marzo il proprietario Mr. Johnson, bloccò tutte le porte dell'opificio e imprigionò le scioperanti nella fabbrica alla quale venne appiccato il fuoco. Le 129 operaie morirono, arse dalle fiamme. Una festa a cui non ho mai creduto per molte ragioni ma che vissuta come ricorrenza della tragedia delle lavoratrici del 1908 acqiusta un senso e proprio questo mi da l'occasione per parlare di qualcosa di cui il mondo non parla, un eccidio che si consuma da anni in Messico nei confronti delle donne. Ripropongo qui lo stralcio di un articolo di Enzo Biagi apparso su L'Espresso. Oggi ho fatto una ricerca su Google digitando semplicemente "Ciudad Juàrez" e ho visto immagini raccapriccianti e ho trovato la foto della croce di cui parla Biagi nell'articolo. Ecco l'articolo: "Ho visto una foto con una grande croce su cui sono conficcati più di 500 chiodi, è una foto che mi ha sconvolto, perché ogni chiodo rappresenta una giovane donna rapita e riapparsa in mezzo al deserto seviziata, violentata, poi uccisa. Questa croce è a Ciudad Juárez, la quarta città del Messico, circa un milione e mezzo di abitanti, al confine con gli Stati Uniti, a quattro chilometri da El Paso, Texas. Ne sentii parlare solo una volta, quando nel 1957 Sophia Loren e Carlo Ponti risolsero lì i loro problemi coniugali con un matrimonio messicano. È una zona di passaggio, di emigranti, di gente povera che insegue il sogno americano. Oggi Ciudad Juárez viene chiamata dalle donne messicane la città della morte; solo nell'ultimo anno le rapite sono state 200. Delitti che non hanno mai visto una condanna, ma neanche una vera e propria indagine.
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domenica, 05 marzo 2006 Groucho Marx
Penso che questa frase di Groucho Marx andrebbe scritta in formato gigante in tutti gli ingressi delle scuole italiane: Trovo la televisione davvero molto istruttiva. Ogni volta che qualcuno mette in funzione l'apparecchio, me ne vado nell'altra stanza a leggere un libro.
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sabato, 18 febbraio 2006 Senza titolo (impossibile dargliene uno)
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mercoledì, 08 febbraio 2006 Numeri
In questa campagna elettorale si sparano numeri a caso, cifre che cambiano, fluttuano nell'etere come fantasmi imprendibili e mai verificabili. I grandi matematici inorridirebbero sentendo che i dati, per definizione oggettivi, vengono manipolati a seconda delle convenienze e con estrema facilità. E io, che credo nella geometria, nella forza della matematica e della logica, sto vivendo una vera crisi esistenziale, tutto il mondo che ho costruito per dare fondamento alle mie convinzioni, la mia visione dell'universo, sta crollando inesorabilmente sotto la montagna di carta che i politici tirano fuori in ogni occasione e che spacciano per verità assoluta. Il problema è che l'avversario presente dichiara con altrettanta convinzione che i dati veri indicano esattemente l'opposto di quanto affermato appena un secondo prima. Tutto questo mi fa venire in mente un vero capolavoro scritto dal geniale Cesare Zavattini, una gara di matematica, dove vince chi declama il numero più alto. A memoria dell'umana intelligenza ripropongo il brano. Meditate gente, meditate! «Mio padre ed io giungemmo all'Accademia quando il presidente Maust stava cominciando l'appello dei partecipanti alla gara mondiale di matematica [...]. "Uno, due, tre, quattro, cinque...". Nella sala si udiva solamente la voce dei gareggianti. Alle diciassette circa avevano oltrepassato il ventesimo migliaio [...]. Alle venti, i superstiti erano sette "... 36747, 36748, 36749, 36750, ...". Alle ventuno, Pombo accese i lampioni. "... 40719,40720,40721, ...". Alle ventidue precise avvenne il primo colpo di scena: l'algebrista Pull scattò: "Un miliardo". Un oh di meraviglia coronò l'inattesa sortita; si restò tutti con il fiato sospeso. Binacchi, un italiano, aggiunse issofatto: "Un miliardo di miliardi di miliardi". Nella sala scoppiò un applauso, subito represso dal presidente. Mio padre guardò intorno con superiorità [...] e cominciò: "Un miliardo di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi, di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi...". La folla delirava: "Evviva, evviva...". "...di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi...". Il presidente Maust, pallidissimo, mormorava a mio padre, tirandolo per le falde della palandrana: "Basta, basta, vi farà male". Mio padre seguitava fieramente: "...di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi!". A poco a poco la sua voce si smorzò, l'ultimo fievole di miliardi gli usci dalle labbra come un sospiro, indi si abbatté sfinito sulla sedia. Il principe Ottone gli si avvicinò, e stava per appuntargli la medaglia sul petto, quando Gianni Binacchi urlò: "Piú uno!". La folla precipitatasi nell'emiciclo portò in trionfo Gianni Binacchi. Quando tornammo a casa, mia madre ci aspettava ansiosa sulla porta. Pioveva. Il babbo, appena sceso dalla diligenza, le si gettò tra le braccia singhiozzando: "Se avessi detto piú due avrei vinto io"» (Cesare Zavattini, Parliamo tanto di me, capitolo XVI).
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sabato, 04 febbraio 2006 La chiave rossa
Quello che scrivo oggi è un omaggio ad una persona che aveva il suo blog qui su Splinder e lo ha chiuso nel periodo della mia latitanza, quell'anno che sono sparito perchè la vita per me non era più la stessa, qualcosa era cambiato e l'equilibrio ci ha messo un bel po' a ritornare. Quella persona era Aeramen, una cara amica, che al mio rientro non ho ritrovato e che non riesco a ritrovare. Aeramen scriveva dei post stupendi, storie magiche magicamente raccontate. Durante quel periodo, in cui il suo blog era ancora in ottima salute, dopo ogni suo scritto ci scambiavamo lettere qui su Splinder. Ieri, facendomi il solito giro tra i ricordi ho ritrovato quelle lettere, ma non voglio riportare qui le sue splendide parole per non svelare ciò che lei scrisse a me soltanto, voglio invece riportare alla luce le parole che io le scrissi dopo che lei parlò di una chiave che apriva la serratura di una scatola di legno. Una strana coincidenza data questa lettera 8 febbraio 2004, da allora sono quindi passati esattamente due anni. Naturalmente nella lettera ho cambiato il suo nome reale con lo pseudonimo che utilizzava qui in Splinder. Quello che segue ha un carattere molto personale ma rispecchia il senso di questo blog e la ragione per cui lo aprii tre anni or sono e quella per cui sono ancora qui a scriverci dentro. Cara Aeramen ho aspettato a risponderti dopo aver letto e poi letto ancora e ancora un'infinità di volte la tua lettera. Le tue parole scelte con cura meticolosa, come solo tu sai fare, arrivano dirette al cuore, in fondo fino all'anima. Quella scatola per me è la porta di una stanza di una casa che non rivedrò mai più, tu hai la scatola che è rimasta per sempre tua, io ho la chiave di una porta che non credo esista ormai da tempo. In quella stanza di quella casa ho passato i cinque anni dello studio all'università i primi anni di matrimonio, quelli più faticosi ma i più felici. Quando ci sposammo, io e mia moglie, studiavamo ancora, ci laureammo sei mesi dopo. Decidemmo di staccarci dalle famiglie per renderci indipendenti, furono anni difficili, cominciammo a fare mille lavori ed in quella stanza rimanemmo per tre anni mentre nel resto di casa vivevano gli stessi amici di prima, per dividere l'affitto. Dietro quella porta non è racchiuso il ricordo di un momento felice, è racchiusa la mia prima vita, quella dolce dell'amore ancora da sperimentare e poi i primi ricordi dell'amore che ti trascina e ti fa affrontare il mondo con coraggio. Dietro quella porta ci sono i tempi difficili di quando per mangiare portavamo buste di plastica vuote ad una anziana fruttivendola del mercatino in piazza, in cambio di un po' di minestrone. Il lavoro in un laboratorio di borse per procurarci i soldi dell'affitto. Gli anni della speranza nel futuro e della costruzione di quel futuro rinuncia dopo rinuncia, gli anni delle porte sbattute in faccia, gli anni delle cose raccolte per strada per immaginare un arredamento da regalare al nostro spazio, gli anni dell'amore che ti fa sopportare tutto questo e che ti tiene in corsa. Quando lasciammo quella casa fu perché trovammo lavoro in un'altra città. Roma non sarebbe mai più appartenuta a noi, ma forse neanche l'immagine di un futuro che si rivelò molto diverso. Quando la casa era ormai priva di tutto, l'ultima cosa che presi fu la chiave della nostra prima stanza, quella dei sogni più belli, delle illusioni ancora vive, del dolore, della fatica dell'amore. Quella chiave ci accompagna da trentatrè anni, da quel primo giorno all'università insieme in quella casa e in quella stanza. Sono venticinque anni che la chiave rossa è chiusa in una scatola sopra ad un mobile, a portata di mano ma lontana come tutto il passato. Non ci sono pentimenti per quegli anni difficili, non ci sono mai stati, non uno solo, c'è il ricordo dolce della nascita di un amore che ancora è vivo, e che mi fa ancora commuovere e che mi riempie il cuore. Riprendere in mano quella chiave e fargli vedere la luce per qualche minuto, per mostrarla a te, ha risvegliato miliardi di ricordi e sensazioni che pensavo persi nel tempo, di questo ti ringrazio non una ma mille volte. La chiave di Alice e Franz nel tuo racconto è molto diversa, ma anche noi "in un vortice di polvere" vedevamo qualcosa di differente, di ricco, di unico, di nostro, avevamo davanti a noi la vita, quella da vivere assieme. Ed ora, dopo tanti anni, quel vortice smuove ancora i nostri sogni, mai dimenticati, mai infranti, mai assopiti. Aeramen ti sto parlando con tutto il pudore di un cinquantatreenne che ha iniziato da poco a leggere dentro se stesso, per scoprire il proprio animo e per tentare di conoscersi, per scavare nei propri sentimenti e per aprire quelle porte che non ha mai osato aprire. E' in questo periodo della mia vita che sto cercando la chiave, quella che mi sveli i rimorsi, i pentimenti, le paure, le scelte mai fatte, i fallimenti, quella che mi insegni a leggere quelle parole scritte in un linguaggio che non ho mai avuto il coraggio di interpretare. Sto ricostruendo il mio passato, i miei affetti, la mia vita, pezzo per pezzo, sensazione per sensazione, ricordo per ricordo, per fare un bilancio e tirare le somme. Riprendere, ieri, in mano quella scatola per tirare fuori la chiave rossa, ha significato molto per me, ha voluto dire che l'equazione in fondo si è risolta, i milioni di incognite sono andate pian piano al loro posto, hanno trovato una ad una la giusta collocazione. Quella chiave, quei ricordi, quella stanza, quell'amore mai assopito, fanno tornare i conti di una vita, tutto riacquista il giusto valore, nel passato e nel presente. Tutta l'equazione si è rivelata ad un'unica incognita, non a mille, non a cento, ad una, quella vera, la sola importante. Qualunque futuro mi aspetti l'equazione è risolta e lo abbiamo fatto in due, io e lei. Sembra stupido parlare di questo, sembra puerile e un po' mi vergogno dei miei sentimenti così sfacciatamente svelati, ma so che tu puoi capirmi e penso che non mi giudicherai né stupido né schifosamente romantico. Il coraggio di dire le cose come si sentono veramente si ha poche volte nella vita, proprio quel pudore ci trattiene, quel retaggio di essere uomini che ci fa vergognare dei sentimenti più intimi, ma sento che parlando con te non c'è paura, c'è la voglia del bambino di raccontare l'ultima straordinaria avventura. Per me quell'avventura è la mia vita ed tutta in poche parole, e in una chiave rossa. Grazie Aeramen, grazie ancora. Arthur
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venerdì, 27 gennaio 2006 Giornata della memoria
Una giornata per la memoria che vuol dire, almeno in questo caso, non ripetere gli errori del passato. Spero che almeno davanti alla morte siamo tutti, di qualunque religione, razza, credo politico e colore della pelle, uguali, quindi dobbiamo essere tutti uguali anche nel ricordo di chi rimane e fa della memoria una celebrazione. Non può essere un problema di tempo, i morti del passato remoto valgono quanto quelli del passato recente e quanto quelli del presente. Allora assieme alla barbarie dell'eccidio del popolo ebraico messo in atto dal nazifascismo ricordiamo anche gli Zingari, gli omosessuali, i malati di mente e i portatori di handicap sterminati nei campi di concentramento e non dimentichiamo i quindici milioni di Indiani d'America sistematicamente eliminati per sottrargli i territori dove erano nati e i nove milioni di donne arse vive dalla chiesa dal 1484 al 1782 in Europa nei processi per stregoneria, e neanche i morti causati dalle bombe atomiche americane sul Giappone e non dimentichiamo la terra del Laos martirizzata per nove anni dagli Stati Uniti d'America sulla quale sono state sganciate più bombe che in tutto il secondo conflitto mondiale con mezza tonnellata di esplosivo ad abitante e gli eccidi del Rwanda e il Darfur dove muoiono oltre diecimila persone al mese e lo sterminio dei Curdi e la tragedia dei Palestinesi e i tredici milioni di bambini che muoiono di fame ogni anno nel mondo e l'AIDS che in Africa uccide cinquemila persone al giorno e non dimentichiamo tutti gli altri eccidi che la storia dell'umanità ci ha regalato e che ci sta regalando, ricordiamoci di ricordare perchè ultimamente siamo piuttosto distratti... In questa pagina di Warnew è possibile vedere qualche fotografia del Darfur, dell'Uganda e della Colombia, sempre per non essere troppo distratti. Il Plinchio
Dopo anni di ricerche in tutti i bioparchi del mondo, chiedendo informazioni a zoologi di università italiane e straniere, consultando enciclopedie e riviste specializzate, oggi finalmente ho trovato la foto del Plinchio, è una cosa che mi ossessionava da un bel po'. Fatto strano è che la ricerca ha dato i suoi frutti inaspettatamente, stavo cercando su Google una foto di Gianni Letta.
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domenica, 22 gennaio 2006 Quattro libri
Quattro libri che parlano d'Arte, quattro bei libri. Il Cenacolo di Leonardo di Goethe è uno scritto di poche pagine nel quale l'autore parla di tutto quello di cui si era a conoscenza sull'opera del pittore alla sua epoca, quindi ben poco, ma interessante è il confronto che viene fatto tra l'originale, allora praticamente illeggibile, e le numerose copie esistenti, cercando di ricostruire quanto ci sia da interpretare, attraverso queste, delle intenzioni dell’artista. Molto bella è la lettura dei moti e dei moventi dell'affresco, vale la pena leggere il libro se non altro per il capitolo in cui Goethe interpreta l'opera. L'enigma Caravaggio di Peter Robb, è scritto molto bene e la biografia del pittore è molto approfondita. Oltre alla descrizione minuziosa della società ai tempi di Caravaggio e dei personaggi che hanno animato il suo mondo, è interessante l'ipotesi proposta dall'autore circa la morte dell'artista, che nella versione ufficiale risulta, a dire il vero, alquanto nebulosa. Molto ben documentato è un testo che fa veramente piacere leggere, le pur cinquecento pagine si scorrono facilmente e con grande interesse. Bello e corposo è il testo di Irving Stone su Michelangelo, anche qui la biografia dell'artista è molto ben descritta e lo sono altrettanto le opere. Un libro di circa ottocentocinquanta pagine che si legge con vero piacere, l'animo dell'artista viene scavato con abilità e riproposto al lettore in maniera semplice e avvincente. Artemisia di Alexandra Lapierre parla di Artemisia Gentileschi, figlia del famoso pittore Orazio. Anche qui la vita della bellissima e straordinaria pittrice, purtroppo ancor oggi poco conosciuta e per nulla studiata, viene descritta con dovizia di particolari, dalla violenza carnale subita da ragazza fino al ricongiungimento col padre anziano in Inghilterra. Questo testo è molto piacevole e raccomando chiunque voglia accingersi a leggerlo di farlo subito dopo aver affrontato quello su Caravaggio, questo è come se fosse il seguito di quello. E' da considerare che quando Caravaggio morì Artemisia aveva circa sette anni e il padre di lei Orazio e Caravaggio non solo erano amici, ma subirono assieme il processo per diffamazione nei confronti del pittore Giovanni Baglione. Quattro libri che parlano d'arte, tre sono biografie romanzate scritte molto bene e appassionanti, naturalmente opere divulgative che non hanno nulla di specialistico per addetti ai lavori, il quarto, quello di Goethe, è una curiosità storica che ha comunque il pregio di scavare nella lettura dell’opera con ragionamenti profondi e affascinanti.
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giovedì, 19 gennaio 2006 Il Partenone
Che il Partenone sia qualcosa di straordinario non c’è dubbio, ma per quale ragione? Cos’è che rende questa costruzione tanto diversa da tutte le altre? Il Partenone non è un qualunque tempio del periodo classico, è il tempio per eccellenza, è l’opera perfetta. La semplicità delle sue linee, l’equilibrio degli elementi che lo compongono, la proporzione di ogni singola parte con ogni altra e con il tutto, l’essenzialità delle forme, insomma non esiste null’altro di simile nella storia dell’architettura e nella storia dell’umanità. Tanto per cominciare dobbiamo fare un lungo passo indietro con l'immaginazione di almeno venticinque secoli, lentamente, togliendo dalla nostra civiltà tutto quello che ognuno di questi anni c’ha lasciato, ma aggiungendo anche quello che invece ci siamo andati perdendo per strada e che è rimasto lì infondo, lontano nel tempo. Ricostruiamo la situazione di duemila e cinquecento anni fa. Ecco mi trovo nella Grecia di Pericle, sono senza automobili, senza medicine chimiche, senza orologio, senza mezzi di comunicazione rapida, senza luce elettrica e senza acqua corrente in casa, mi manca il tostapane, la macchinetta del caffé, in verità mi manca anche il caffé, non ho frigorifero e col caldo della Grecia gli alimenti si conservano per poco tempo. La mia vita è indissolubilmente legata ai cicli della natura e dipende dalla natura in tutto e per tutto. Principalmente mi manca il rumore di fondo che accompagna la nostra vita all’interno delle città e mancano le luci che confondono le stelle e manca l’inquinamento. Il cielo della Grecia di allora oggi si può ritrovare solo in posti molto lontani dai bagliori cittadini. In definitiva la natura metteva più paura di oggi, i tuoni, i lampi, i nubifragi, le tempeste, il gelo invernale, la siccità estiva, tutto metteva timore ed era fonte di preoccupazione e rispetto. Allora l’uomo, così in stretto rapporto con la natura, non avrebbe potuto "pensare" al di fuori di essa, è quindi immaginabile come l'architetto che intendesse costruire un tempio, proprio per il rispetto che nutriva nei confronti della natura, avrebbe dovuto realizzarlo a sua imitazione. Invece no, i Greci fanno un’operazione inversa a quella dell’intera storia dell’arte, iniziano con l’astrazione e terminano con l’imitazione. In principio era il Dorico, poi arriva lo Ionico ed infine il Corinzio. Tre stili per tre epoche diverse, per tre approcci diversi con la “forma” e con la natura. E’ chiaro come i misteri della natura e la sua contemplazione assorbissero buona parte della giornata delle menti “speculative”, avrei voluto vedere voi al loro posto. C’è qualcosa però che sono convinto avessero capito molto più di noi, sono le regole che la natura impone e la capacità di estrarre dalla natura stessa un sistema di regole. Pensiamo alla geometria che noi oggi definiamo “euclidea”, anche se Euclide con molta probabilità visse intorno al 300 a.C. e il Partendone all’epoca fosse già stato costruito e pensiamo a come la geometria rappresenti il massimo di astrazione delle forme naturali e delle leggi che regolano la natura. C’è un sapere antico dato dal rapporto dell’uomo col mondo che lo circondava che è andato perduto per sempre e che a noi risulta difficile immaginare. E’ difficile immaginare com’è possibile vedere nella natura la geometria, i quadrati perfetti, le rette infinite, i punti senza dimensione, i piani nello spazio, in definitiva gli enti geometrici che vivono esclusivamente in un universo astratto universale e ripetibile, che ricava le proprie leggi dal mondo concreto, reale, terreno, dalle proporzioni e dai rapporti che la natura stessa ha insegnato. L’uomo Greco è stato in grado di estrarre dalla propria esperienza “le regole” della geometria e delle proporzioni e mettere queste regole a fondamento delle operazioni di “creazione” nell’architettura e nella scultura. Come premessa al discorso che farò tra breve vorrei inserire una stringata disquisizione sulla “sezione aurea”. Il rapporto aureo ha sempre affascinato gli studiosi di tutte le epoche, Keplero, che per primo si accorse della sua ricorrenza nelle scienze naturali, l’ha chiamato “Sezione divina”, definendolo il più grande tesoro della geometria dopo il teorema di Pitagora, Leonardo lo chiamò “numero d’oro”, Pacioli e Alfred Dürer “proporzione divina”, cioè elemento proporzionale analogico tra la figura umana e la natura oggettiva. Indichiamo con Φ il rapporto aureo, nelle righe seguenti ci accorgeremo che questo numero, derivante da un rapporto che poi spiegheremo, ha delle particolarità che non appartengono a nessun altro numero: Φ=1,6180339887…., con infinite cifre decimali prive di sequenze ripetitive. 1/ Φ= 0,6180339887.... Φ2= 2,6180339887.... Φ3= Φ2+ Φ Φ4= Φ3+ Φ2 Φ5= Φ4+ Φ3 "La serie delle potenze è a un tempo moltiplicativa e additiva, cioè partecipa insieme della natura di una progressione geometrica e d'una serie aritmetica. Nella "società dei numeri" il numero aureo costituisce una personalità, un invariante notevole, senza dubbio il più importante tra i numeri algebrici incommensurabili. Circa verso la metà del milleottocento fu il tedesco Zeising a proclamare: "Affinchè un tutto (qui non si tratta più soltanto di un segmanto), diviso in due parti uguali, appaia bello dal punto di vista della forma, è necessario avere la parte piccola e la grande nello stesso rapporto che fra la grande e il tutto". (Introduzione generale alla storia della tecnica UTET) Da cosa deriva il “Rapporto” aureo?
BD=AB/2 a=AC b= CB Φ= a/b Si prenda un quadrato di lato “a”, si divida in due parti perfettamente uguali nel senso dell’altezza ottenendo due rettangoli di base “a/2”, si prenda la diagonale del rettangolo così ricavato e si ribalti sul prolungamento della base del quadrato. Il rapporto tra la dimensione “c” ottenuta sommando le due lunghezze “a+b=c” ed il lato del quadrato di partenza è un rapporto aureo.
In cui Φ= c/a Il rapporto aureo si riscontra in natura nella sequenza di crescita delle foglie sui rami degli alberi, nelle nervature delle foglie, nelle conchiglie per quanto riguarda lo sviluppo della chiocciola del guscio, nelle evoluzioni di volo degli uccelli, nel rapporto tra le varie parti del corpo umano e in moltissime altre cose.
Uragano Linda
Ragatela e Galassia
Girasole e Nautilus
Barracuda e Cavolo Le Corbusier ricercava una “misura armonica universale” ed ha scritto un libro, intitolato “Le Modulor”, in cui ha cercato di dimostrare l’esistenza di un rapporto tra le proporzioni del corpo umano e la proporzione aurea. Le Cobusier aveva costruito un metro-fettuccia suddiviso in due serie ricavate dai suoi calcoli, serie rossa e serie blu, con questi rapporti ha “misurato” una certa quantità di opere riscontrando che in tutte le costruzioni più belle di tutti i tempi c’è il rispetto della proporzione aurea nelle singole parti e nell’insieme.
Cosa c’entra tutto questo col Partenone? Il rapporto aureo è la matrice compositiva del tempio, gli schemi geometrici sono riportati nelle immagini che seguono. Ritorniamo quindi a parlare del Partenone e dello stile che lo caratterizza, che noi chiameremo "Ordine". E' bene, per prima cosa, riflettere sul termine stesso di "Ordine" e sul significato intrinseco che il termine stesso esprime. Ordine vuol dire regola, anzi per essere precisi, sistematica costruzione di regole entro le quali muoversi per inventare le variabili che ne stabiliscano l'equilibrio e l'armonia. Il Partenone è stato realizzato ufficialmente dagli architetti Ictino e Callicrate ma è sicuramente il grande Fidia la mente organizzatrice di tutto. Perchè l'uso dell'ordine Dorico quando ci troviamo già in epoca Ionica? Qui il discorso si fa complesso ma è bene spiegare le ragioni della strana scelta. Per capire meglio dovremo riferirci a qualcosa di consueto, che tutti noi conosciamo, prendendo ad esempio lo sviluppo del modello di una automobile, o se volete di un qualunque altro oggetto, ad esempio un telefono cellulare, un computer, un frullatore o che so io, ok, prendiamo l'automobile. Ricordate la FIAT 500? Alla sua prima comparsa sul mercato aveva gli sportelli a vento, se si lasciava lo sportello leggermente aperto quando si era in moto questo si spalancava all'improvviso, ma non solo, le signore con le gonne, scendendo dall'auto, avevano l'imbarazzo di mostrare le loro gambe, si fece subito la correzione di questo difetto nel modello immediatamente successivo. I difetti vennero eliminati man mano che il pubblico, con l'uso, metteva in risalto le manchevolezze progettuali, un po' come accade oggi con i software che, alla loro frettolosa uscita per ragioni di marketing, vedono tappare le falle con l'immissione successiva di numerosi "Service pack" o "Patch", in italiano "pezze". Torniamo alla 500, esce il modello, nel tempo questo si perfeziona subendo una sorta di parabola ascendente, fino a che in contemporanea sul mercato escono altre auto concorrenti che offrono di più allo stesso prezzo, a quel punto inizia la corsa al gadget, si offre sempre di più, si rifinisce, si scopiazza dalle altre auto qualcosa per continuare a rendere il modello appetibile; ricordate i paraurti tubolari tipo "Mini minor", il cruscotto rivestito in plastica e il motore più potente del 126? Intanto la FIAT preparava l'immissione sul mercato del suo nuovo modello di super utilitaria, appunto la 126. Insomma quando la parabola della 500 incomincia la fase discendente possiamo dire che il modello originale si "imbastardisce" e diventa un meticcio con diverse contaminazioni. Bene ora immaginiamo che la nostra 500 sia l'ordine Dorico. Quando oramai siamo in un'epoca in cui è l'ordine Ionico a fiorire nei templi "alla moda", Fidia sceglie di utilizzare il Dorico per il suo capolavoro. L'uso di uno stile ormai quasi decaduto permette una analisi "a posteriori" degli elementi costituenti, permette l'estrapolazione delle proporzioni perfette, l'eliminazione del superfluo.
Nell'immagine alcuni esempi di evoluzione dell'ordine Dorico La decantazione offre la possibilità dell'analisi formale che uno stile nella sua fase ascendente, come lo Ionico, non potrebbe certamente offrire. Una operazione quasi assurda ma essenziale per le finalità che Fidia si ripropone, dimostrare in un'opera il grado di perfezione che l'uomo dell'età di Pericle è in grado di raggiungere. Il Partenone è pensato come un mirabile meccanismo, il risultato della standardizzazione di uno stile antico, la summa della storia e della sapienza del popolo greco.
Arrivati a questo punto cerchiamo di capire le implicazioni etico-filosofiche della “forma”. L'Ordine, nel linguaggio classico, è un linguaggio grammaticale che impone una disciplina ferrea, ma la sensibilità personale dell'artista ha un certo gioco entro cui potersi muovere, senza pensare ai casi in cui queste regole possono essere infrante da idee geniali e poetiche. In questo gioco di variabili si struttura la poetica dell'architettura, tutto si riduce al gioco sottile tra le parti, di equilibri tra pieni e vuoti, tra luci e di ombre, tra volumi, tra forme, tra proporzioni e come in una musica gli elementi fissi che si combinano tra loro nel pentagramma possono darci o meno l'armonia sonora, così nell'architettura la combinazione di elementi legati a variabili in qualche modo obbligate può restituirci o meno l'armonia visiva.
Triglifo e geison nella soluzione dell'angolo nord-occidentale Abbiamo detto che tutto si riduce a un gioco sottile tra le parti, Le Corbusier nel suo trattato "Verso una architettura" giustamente osserva che "Nel Partenone interviene la frazione di millimetro, tratti incisi trattengono nella penombra ombre che sarebbero indecise. I molti elementi della modanatura sono classificati in favore della forza di espressione. Austerità, impressione di meccanica dell'acciaio, coraggio, spirito altero". Cito ancora Le Corbusier: "Corinzio e Dorico sono due diverse condizioni dello spirito, è una realtà morale a creare un abisso tra i due". Dove queste forme provocano sensazioni categoriche: "Brutalità, intensità, infinita dolcezza, raffinatezza e forza... chi ha raggruppato così questi marmi inerti delle cave del Pentelico non poteva essere un semplice ingegnere, doveva essere un grande scultore" Dunque la realtà morale di un sistema plastico complesso è come una equazione a infinite incognite che si risolve creando equilibrio e correttezza formale, cioè armonia ed è l'armonia che genera emozioni. Il Partenone come "Pura creazione dello spirito", visto come il raggiungimento della sublimazione della forma in un sapiente gioco di equilibri geometrici, dove l'opera creata dall'uomo è talmente perfetta da apparire creata dalla natura, il Partenone è percepito come un cristallo naturale che nasce dalla roccia dell'Acropoli di Atene.
La costruzione di una simile opera comporta la risoluzione di infinite variabili che devono essere armonizzate tra loro e con l'uomo alla cui la percezione quest'opera è destinata. Nel Partenone vengono eseguite una serie incredibile di correzioni ottiche per far in modo che l'architettura percepita appaia perfetta. Faccio solamente alcuni esempi di queste correzioni: il vestibolo (pronao) è 11 cm più profondo della sala dei tesori (opistodomo) rompendo la simmetria trasversale dell'opera. Si aggiunge ad una serie di altre anomalie tali per cui il diametro delle colonne del pronao è di 6 cm inferiore a quello dell'opistodomo, oltre a una leggerissima curvatura sui principali spigoli del tempio, il basamento (lo zoccolo a tre livelli, l'ultimo dei quali è lo stilobate), la trabeazione e la base del frontone. La convessità così introdotta presenta una freccia dell'ordine da 2 a 11 cm, vale a dire una correzione di ordine millesimale. Altro affinamento notevole è il più diffuso e senza dubbio il più noto, il profilo delle colonne, chiamato in greco entasis. Nelle epoche classica ed ellenistica il rigonfiamento, che non supera mai il diametro inferiore del fusto, si attesta tra lo 0.9 ed il 2.4% della sua altezza (1.6% nel Partenone). L'entasis ha potuto mettere in evidenza, all'origine, un gusto estetico ed un effetto stilistico, tali da dare l'impressione che le colonne tendano (questa è l'idea contenuta nella parola entasis) i loro muscoli al di sopra del basamento. Detto questo sembra difficile coniugare la perfezione ideale della geometria con la manomissione dei volumi puri per piegarli alle esigenze della percezione ottica umana. Possiamo fare una considerazione astratta che forse ci aiuta, anche se riduce ai minimi termini un discorso estremamente complesso dal punto di vista filosofico. Il legame che intercorre tra la natura e l'architettura del Partenone risiede nella geometria e nella purezza delle forme e nella magistrale armonia dei rapporti calcolati in base a regole geometriche precise. Quindi la geometria è vista come ideale astrazione di forme e di regole dettate dalla natura, come archetipo di perfezione a cui riferirsi, come insieme di concetti eterni, incorrutibili e universali. In tutto questo esiste un elemento insuperabile, la consapevolezza che la geometria realizzata, cioè concretizzata nel reale, non potrà mai essere perfetta, non si potrà mai rendere reale la forma e la perfezione di un concetto. E' un limite molto pesante sapere che non sarà mai possibile realizzare qualcosa che risulti perfetto come l'ideale che l'ha ispirato. L'uomo è il "centro" dell'universo greco "Kosmos" e la correzione ottica interviene sulla geometria imperfetta affinchè diventi perfetta per la percezione umana. La geometria realizzata imperfetta riacquista perfezione divenendo perfetta per l'uomo, così il cerchio si chiude ed è la sublimazione della forma e del concetto di perfezione che in essa è racchiuso.
scritto da GORDONPYM |
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mercoledì, 11 gennaio 2006 La patatina tira
Che la patatina tiri non c'è dubbio, ma che diventi lo slogan pubblicitario di una nota marca, questa è un'altra faccenda. Quando facevo l'università, parlo circa del medioevo, Roma era tappezzata da manifesti con una ragazza mezza nuda che pubblicizzava non ricordo più cosa, con sotto una scritta a caratteri cubitali "L'affare s'ingrossa". Il doppio senso è sempre stato usato dalla pubblicità con sistemi più o meno subliminali, e quello più utilizzato è sicuramente il riferimento a temi di carattere sessuale, e questo è quasi normale, anche se un po' di fantasia in più non guasterebbe. Oramai la persuasione pubblicitaria ha raggiunto livelli pericolosi, l'immagine che si da della società è ogni giorno peggiore ed il problema è che nessuno si pone il problema. Un martellamento continuo, ogni pochi minuti, considerando che i ragazzini e gli adolescenti passano ore e ore davanti alla televisione, porta sicuramente all'accettazione passiva di alcuni modelli comportamentali e sociali. Tempo fa girava una pubblicità di Vodafone, quella dove tutto gira intorno a te, nella quale persone felici si libravano isolate dal mondo dentro una bolla d’aria, tremendo, agghiacciante! L’immagine che si faceva passare era molto in sintonia con i valori trasmessi dalla società, anche se riferiti, naturalmente, all'acquisto di un prodotto. In sintesi, importante è essere superiori agli altri e se per raggiungere l'obiettivo devi acquistare un cellulare, ok, ben venga, allora si che potrai sullevarti sopra a tutti gli altri e potrai farlo assolutamente da solo, distinguendoti perchè sei unico e perchè tutto ma proprio tutto gira attorno a te e solo a te, e degli altri? 'sti cavoli!. Ma porca miseria una volta per comunicare non c’erano gli occhi, le strette di mano, gli odori, le atmosfere, gli incontri casuali, i tavolini dei caffè, le scampagnate in bicicletta, le fibrillazioni cardiache? Oggi no, se stai da solo e digiti messaggini devi essere felice, e xkè no? Se poi un ragazzino passa le sue giornate davanti a una Play Station a farsi venire gli attacchi epilettici, solo come un cane, con in un orecchio l’auricolare del cellulare e nell’altro una musica tecno a palla allora si che è il massimo del godimento, e papà e mamma sono tranquilli perchè si sono finalmente liberati per qualche ora di lui. Forse sono vecchio e forse sono diventato un vero rompiscatole al quale di questa società non va più bene un cavolo di niente. Per tornare ai valori morali di cui stiamo infarcendo i cervelli dei nostri ragazzi, dire che la patatina tira diventa semplicemente un riferimento molto pedestre e volgarmente diretto all’organo sessuale femminile, però questo spot è sintomatico di quanto stia accadendo. Facendosi un giro tra i programmi televisivi incontriamo veline, letterine, belle ragazze che non sanno fare niente e che conducono programmi anche molto seguiti, palinsesti che ti dimostrano come in dieci giorni, con qualche ritocco chirurgico, diventi bella, e così avanti fino alla nausea. In questo clima culturale è facile che modelle, ballerine, attricette senza arte e ne parte, che prima diventano famose con un reality e poi fanno le attrici e poi dicono che stanno studiando per fare meglio il loro lavoro perché non hanno neanche idea di cosa sia la dizione e l’espressività del viso e del corpo, facciano successo e abbiano notorietà. Tempo fa lessi che in un liceo una ragazzina di quindici anni, pur di essere eletta rappresentante di classe, si era sollevata la maglietta mostrando il seno ai compagni, a quanto pare la lezione le ragazzine l’imparano bene e l’insegnamento morale che questa società gli propina, cioè che la patatina tira, l’applicano sin da piccole. Ecco il risultato di questo martellamento continuo, io non sono un puritano, figuriamoci, ho sempre pensato che ognuno della propria vita può fare quello che gli pare, ma cavolo questa società avrà pur altro da trasmettere alle nuove generazioni o no? Possibile che gli unici parametri di valore che oggi abbiamo per giudicare una donna siano il bel culo, le belle tette e nient’altro? Che questi personaggi, queste patatine che tirano, questi vuoti a perdere, siano i miti attuali della società è abominevole.
Oramai anche i telegiornali sono scaduti talmente di livello che quotidianamente dedicano rubriche al gossip facendoci conoscere tutti i cavoli privati dei personaggi-aborto televisivi della De Filippi, il risultato è che le mie alunne hanno i diari scolastici tappezzati delle foto dei vari Costantino. Il testo di Petrolini nei panni di Nerone recitava “Ho trovato... il popolo è mio... un nume mi ha dato un lume: Eureka! Eureka! E chi se ne... importa! L'ho in mano... Basta che lo fai divertì il popolo è tuo...” E questo i media l’hanno imparato bene, dare qualcosa al popolo che non lo faccia pensare perchè pensare è pericoloso, l’esteriorità sposta il cervello su livelli minimi di comprensione e non ci si pongono domande, l’unica che assilla è: “come posso diventare bello e famoso anch’io?” E i ragazzi di oggi fanno palestra, piscina, sport, rafforzano i muscoli, sviluppano i pettorali e non sanno parlare, tra i giovani pochissimi leggono, quasi nessuno va a teatro e la musica classica non sanno neanche cosa sia. Non serve essere preparati per diventare belli, non occorre aver perso tempo sui libri, basta poco e si avranno belle macchine, vacanze favolose e se non si riuscirà ad ottenere tutto questo con i palesi demeriti che la società oggi richiede, in qualche modo si farà, i ragazzi sono disposti a fare qualunque cosa, non tutti sia chiaro, per fortuna quelli che hanno una famiglia solida alle spalle non rientrano in questi esempi. I genitori poi, regalano, regalano e regalano pur di ripulirsi la coscienza per non saper educare i figli e non sapergli dedicare attenzioni, e più i ragazzi vanno male a scuola e più per consolarli gli si comprano cellulari da centinaia di euro, motorini nuovi, abiti all’ultimo grido e così di questo passo. Come faccio a far sentire mio figlio inferiore a quell’altro che ha il meglio di tutto? A un mio alunno bocciato i genitori, per consolarlo, volevano regalargli un'auto sportiva. E così i ragazzi imparano che tutto è dovuto e che non serve meritarsi qualcosa, guadagnarselo col sacrificio, e sempre più spesso si sentono casi dove i figli menano le madri e dentro le famiglie i genitori vivono in ostaggio, e non sto dicendo di situazioni sporadiche, non se ne parla, ma personalmente sono venuto a conoscenza diretta di diversi casi del genere. E quando questo non avviene i ragazzi cadono in depressione anche grave ricorrendo agli psicofarmaci per tentare di risollevarne le sorti. E’ in questo modo che i valori della società si fanno slittare su un fondo scivoloso e la politica può giostrare a suo piacimento rendendo accettabile quello che fino a pochi anni fa ci avrebbe fatto inorridire, la morale non conta più nulla, se una ragazzina usa il proprio corpo per essere eletta capoclasse figuriamoci per trovare un lavoro e per avere successo cosa sarebbe disposta a fare, ma che importa? Qual è il problema? Non importa che meriti abbiano le persone per essersi conquistate un posto di rilievo nella società, importante è arrivarci. Il problema è che se al novanta percento di questi personaggi sottraiamo l’ignoranza e l’arroganza non rimane niente di niente. Nella politica abbiamo esempi tutti i giorni sotto gli occhi di signori che lodano, riveriscono, sostengono con discorsi, offese e insulti, il loro amato Premier, non avendo idee proprie si prostrano privi di dignità a ripetere come eterna eco ciò che il loro salvatore illuminato gli ha trasmesso, tutto questo puzza più di setta religiosa che di partito politico, e se di tale qualità è il materiale umano che conduce il paese cos’altro possiamo aspettarci dal resto della società? Possibile che da questo ubriacamento non si possa tornare indietro? Possibile che non si faccia più in tempo a trasmettere valori morali sani e importanti alle nuove generazioni? Cosa sarà l’Italia tra dieci, quindici anni, quando i ragazzi di oggi guideranno il paese? Beh in parte quello che dobbiamo aspettarci già lo vediamo nell’industria e nella finanza dove i valori morali, la correttezza e l’onestà sono un vago ricordo sbiadito di tempi lontani. Tutto ciò, mi accorgo, è lo sproloquio moralista e sconclusionato di un mezzo pazzo che ha la febbre, l’influenza e non ci sta con la testa, in realtà è molto peggio, è scoramento, per non vedere segnali di cambiamento, per non vedere indignazione, per non vedere in stato di allarme i genitori, le persone che hanno responsabilità, per non parlare della chiesa e dell’inadeguatezza stupida che dimostra non sapendo leggere i segnali seri e preoccupanti che arrivano dalla società e invece tentare il recupero di valori medioevali distanti anni luce dalla realtà e preoccuparsi di discutere se il limbo esiste o meno, ma chissenefrega! Se poi pensiamo alla scuola della riforma Moratti non ci resta che piangere, meglio non parlarne altrimenti cado in depressione irreversibile. E allora nei giornali si legge che nelle bande di stupratori sempre più spesso ci sono minorenni e minorenni sono i ragazzi fermati perchè presi a gettare sassi dai cavalcavia, poverini si annoiavano, ma non è certo colpa loro se sono cresciuti così. Qualcuno dovrà pur spiegarci in nome di cosa ci stiamo costruendo il futuro in questo modo. Alcuni diranno che non c’è ragione di allarmarsi così, non c’è ragione di rompere le scatole con le solite pappardelle da quattro soldi, di denigrare questa società che in realtà è molto meglio di quanto non appaia, qualcun altro dirà che è ora di smetterla di fare i soliti disfattisti pessimisti e rompiscatole comunisti, che in Italia ci sono valori granitici su cui fondare il futuro, baluardi di una società che non smetterà di avanzare economicamente, che ci sono certezze incrollabili che non ci faranno rinunciare a un roseo futuro, qualcun altro ancora dirà che ci sono cose delle quali potremo sempre essere certi e fieri e che sicuramente una su tutte deve farci stare sereni e tranquilli: la patatina tira e tirerà per sempre!
scritto da GORDONPYM |
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lunedì, 02 gennaio 2006 Caravaggio La vocazione di S. Matteo (Chiamata di Levi D'Alfeo)
Questo dipinto è degli anni 1599-1600 e fu eseguito da Caravaggio per la Cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi a Roma, per la stessa cappella Caravaggio dipinse altri due quadri, Il martirio di San Matteo e San Matteo e l'Angelo. In realtà di San Matteo e l'Angelo il pittore realizzò due versioni, quella esposta è la seconda, la prima venne rifiutata perchè giudicata irriverente. Personalmente ritengo che questo sia uno tra i più bei dipinti dell'artista se non il più bello. Si tratta di un quadro molto complesso sia dal punto di vista compositivo che da quello contenutistico. Per chi non conoscesse l'ambiente in cui l’opera è inserita ricordo che è un luogo scarsamente illuminato, alquanto angusto in cui i due dipinti, Il martirio e La vocazione, sono posti sulle pareti laterali e i comuni mortali, che non hanno accesso alla cappella, li ammirano in prospettiva e mai frontalmente. Nella parete centrale c'è una finestrella minuscola a mezzaluna posta in alto sotto la quale è inserito il Matteo e l'Angelo. Questo quadro è posizionato sul lato sinistro, di fronte a questo è collocato il martirio. I forti contrasti di luce ed ombra sono molto probabilmente concepiti per dare un senso di maggior realismo alla scena, se pensiamo proprio alla scarsa illuminazione del luogo e alla difficoltà di inserimento delle opere in un ambiente tanto infelice.
Caravaggio rifiuta di eseguire in affresco i suoi dipinti preferendo realizzarli su tela delle dimensioni adatte alle pareti. Nella commissione d'incarico ricevuta in realtà è specificato con minuzia di particolari il tema che il pittore avrebbe dovuto trattare, lasciando poca libertà all'inventiva, ma Caravaggio si districa molto bene rendendo talmente originali i dipinti da riscuotere l'incondizionata ammirazione dei contemporanei. Nell'analizzare quest'opera occorre tener presenti moltissimi fattori e almeno uno di questi è bene che venga trattato, altrimenti diventa difficile comprendere appieno il carattere di questo artista ed il suo approccio all'arte. Maestro di Caravaggio fu Peterzano e nei primi anni del suo apprendistato l'artista ebbe modo di conoscere molto bene la scuola veneta ed in particolare Giorgione, da questo riprende la tecnica della pittura senza disegno preparatorio, come lui ribaltando totalmente la concezione compositiva rinascimentale in cui il disegno era la parte più importante dell'opera. Caravaggio dipinge dal vero, non solamente il vero, come fecero Michelangelo e Leonardo, ma dal vero, questo vuol dire che il pittore ricostruiva a studio le scene da dipingere con personaggi veri in situazioni vere. Della vita dell'artista non parliamo perchè altrimenti occorrerebbe scrivere un libro intero per raccontare dei suoi eccessi e delle sue tristi avventure, come tralascio di parlare dei personaggi ritratti e dei rapporti di alcuni di questi con l'artista nella vita reale. La storia prende spunto da due versetti del Vangelo di Matteo, ma gli stessi si ritrovano anche nei Vangeli di Marco e Luca: "Gesù vide, seduto al banco della dogana, un uomo chiamato Matteo. E gli dice: "Seguimi". E quello alzatosi lo seguì". L'ambiente dove avvenne il fatto è quello della dogana di Cafarnao dove Matteo seduto al banco riscuoteva il dazio delle carovane provenienti da Damasco dirette verso la Via Maris, ai porti sul Mediterraneo. Quella di Matteo era una posizione privilegiata che lo rendeva ricco e potente, Caravaggio mette in risalto la condizione dei gabellieri seduti al tavolo accentuando il contrasto tra i loro ricchi abiti e quelli umili di Cristo e San Pietro, presentando inoltre i due a piedi scalzi. Osservando il dipinto notiamo che l'ambientazione lascia qualche dubbio, il luogo rappresentato potrebbe essere tanto un interno quanto un esterno, ma sicuramente la scena ritratta si svolge in una bettola romana in cui San Matteo è seduto con i suoi compagni. Levi D'Alfeo, San Matteo, nel dipinto è intento a contare i denari assieme ai personaggi posti alla sua destra, questo ad indicare sia il mestiere del Santo che l'abbandono della sua occupazione al momento della chiamata improvvisa. Cristo irrompe nella scena e la luce riflessa nella parete di fondo è come se Cristo stesso l'abbia portata con se e questo fascio luminoso tagliente come una lama rischiara i personaggi attirando la loro attenzione, tutti tranne il gabelliere che è ancora intento a contare i denari e l'uomo che è al suo fianco.
I personaggi si girano attratti dall’evento e qui prende inizio un dialogo serrato, la mano di Cristo indica San Matteo “Tu!”, il personaggio seduto al fianco alla sua sinistra indica se stesso come a chiedere “Chi io?” e San Pietro, che entra nella scena assieme a Cristo, di rimando, indica di nuovo il Santo “No lui!” ed il Santo indica se stesso “Allora io?”. Il gioco delle mani fa rimbalzare lo sguardo dell’osservatore come se si seguisse una partita di Ping Pong, destra, sinistra, destra, sinistra.
E qui, al termine del gioco dei rimbalzi lo sguardo indugia sul volto di San Matteo, talmente somigliante al Re di Francia Enrico IV che è impossibile pensare che Caravaggio non l’abbia fatto apposta, teniamo conto che in quegli anni Enrico IV, prima di prendere possesso del trono, abiura l’eresia alla quale aveva precedentemente aderito, si ricorderà la famosa frase "Parigi val bene una messa". Leggendo il dipinto in questa chiave diventa facile ipotizzare, visto che ci troviamo in una chiesa francese e che su lascito testamentario del Cardinale francese Mathieu Cointrel (Matteo Contarelli italianizzato) Caravaggio dipinge questi quadri, una allegoria dell'avvicinamento del Re alla chiesa romana. La presenza di San Pietro, che copre in gran parte il corpo di Cristo, inizialmente non era stata prevista, tant'è che il corpo di Cristo è intermente dipinto, il Santo è stato quindi sovrapposto per rafforzare e far prevalere il ruolo del papato e quindi della Chiesa petrina, nella conversione.
La rapidità dell’evento è sottolineata da più elementi, il primo e più importante è sicuramente lo sguardo di sconcerto dei personaggi attoniti che si girano all’improvviso verso Cristo e San Pietro, il secondo è un dettaglio all’apparenza insignificante e scarsamente visibile ma che determina in modo assoluto la velocità con cui si svolgono i fatti. Notando i piedi di San Pietro e di Cristo si può vedere che quelli di Cristo sono già girati rispetto al corpo in una posa che indica che con la chiamata ha eseguito il suo compito ed è pronto ad andarsene, è un attimo e sta per scomparire di nuovo, lasciando Matteo solo con una nuova vita da vivere.
Il volto di Cristo è giovane e bello, ma anche qui entra in gioco un elemento che determina la piena coscienza del suo destino, la consapevolezza della fine e del sacrificio estremo. Nella finestra, da cui penetra una luce densa e oleosa, si staglia la croce del Golgota, richiamando il destino dei due, accomunati dall'accettazione del sacrifico in nome della fede che li guida, Matteo violentemente ucciso, la cui storia è narrata nel quadro posto di fronte e Cristo, la cui storia è narrata dalla croce messa in alto nella scena come un'immagine del futuro incombente.
Il personaggio di Cristo è reale, come sarà reale e terreno il suo dolore, l’unico segno che mette in risalto la sua santità è una flebile aureola appena accennata sul capo. Anche la mano di Cristo diventa un elemento di fondamentale importanza, Caravaggio l'utilizza per accentuare la distanza della condizione di Cristo, così umano e destinato al futuro martirio, da quella di Dio, eterno e quindi contenente in se passato, presente e futuro che, come dice Dante nel XVII canto del paradiso, è "Il punto a cui tutti li tempi son presenti". Risulta evidente quanto proprio il tempo, la concatenazione degli eventi, sia determinante in questa rappresentazione. La mano riproposta dall’artista è quella michelangiolesca di Adamo nella Cappella Sistina, stessa scintilla di verità, lì ricevuta e qui donata, un ribaltamento di ruoli perché ribaltata è la situazione, è il Cristo uomo e non Dio a donare l'eternità della vocazione, qui i due uomini sono messi sullo stesso piano perché stesso sarà il destino, la sofferenza li accomuna. In Michelangelo l’uomo riceve la vita da Dio, in caravaggio San Matteo riceve la verità e quindi la vita eterna della salvezza dell'anima da Cristo, un Cristo umano e ben piantato con i piedi in terra.
La mano di Adamo della Sistina ribaltata specularmente
Sul gioco delle mani azzardo un'altra ipotesi, un po' tirata per i capelli ma plausibile. Va considerato che Caravaggio non lasciava niente al caso e non c'è un singolo tratto al quale l'artista non attribuisse un qualche significato, certo con questa premessa è lecito azzardare di tutto, ma resta pur sempre affascinante tentare una piccola deviazione. Mettiamo a confronto la mano di Dio dell'affresco michelangiolesco con la mano di Matteo di Caravaggio, cambiando punto di vista, immaginandola in una rotazione tridimensionale, secondo l'angolo di visuale indicato dalla freccia rossa nell'immagine in basso, apparirebbe esattamente come quella disegnata dall'artista per Matteo. Medesimo pollice sporgente, dito indice leggermente inclinato in dentro e le altre dita contratte, impossibili da vedere dall'angolo visuale indicato. Ora se questo fosse vero, e l'ipotesi potrebbe essere avvalorata dall'inversione dei bracci utilizzati dai due artisti, in Michelangelo la mano di Adamo è quella del braccio sinistro in Caravaggio la stessa mano è sul braccio destro di Cristo. In |